Il miglior modo per predire
il futuro è costruirlo

Facciamo qualche numero. Secondo la “Survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”, recentemente promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, si osserva – tra le altre interessanti conclusioni – come quello di 7 posti letto per figura professionale sia nelle RSA italiane il valore ottimale medio del rapporto operatore/residente. Un valore che oggi si fatica a rispettare, e che, a ben vedere, non è tutta colpa del Covid. Proviamo a fare un passo indietro. Secondo le statistiche OCSE dello scorso anno, l’Italia vive a cavallo di un equilibrio molto precario che vede da una parte un sostanziale invecchiamento della popolazione (evidentemente bisognosa di cure e assistenza specializzata) e dall’altro una strutturale (e progressiva) carenza di personale sanitario. Prendiamo l’esempio degli infermieri. I dati Ocse campionati nel 2019 indicano chiaramente che nel Bel Paese il numero degli infermieri si è ridotto di 5,5 unità ogni mille abitanti. Un risultato che ci pone a otto posti dalla Turchia (fanalino di coda con 2,1) e prima solo di Messico (2,9), Cile (3), Grecia (3,3), Lettonia (4,8), Israele (5,1) e Polonia (5,1). Trarre una conclusione da questi numeri è piuttosto semplice: siamo carenti di personale e al di la dei folcloristici riconoscimenti mainstream agli “eroi della resistenza al Covid”, ancora si è fatto poco di concreto in tal senso. Se assumere resta ancora complicato, allora perché non rivolgersi alla tecnologia? Da questo fronte in effetti un qualche aiuto è arrivato. In queste settimane infatti si sono letteralmente moltiplicate le iniziative (benefiche e non) che hanno messo Telemecina e Intelligenza Artificiale (su tutte la campagna #setteauno) al servizio delle strutture in difficoltà. Ricerche, strumenti e professionalità si sono quindi indiscutibilmente date un gran bel da fare per sopperire alle carenze (e alle nuove esigenze), ma ancora una volta, dobbiamo dirlo, siamo ben lontani dal raggiungimento di un equilibrio sostenibile ed applicabile su scala nazionale. E allora? Cosa dobbiamo ‘inventarci’ per questa Fase 2? Forse la cosa migliore sarebbe ripartire da una sana dose di realismo: il nostro Paese necessita di una revisione sostanziale e sta a noi impegnarci a capire da dove cominciare. Avanzo quindi una proposta: cominciamo con l’immaginarlo. Del resto quel che ci lascia questa incredibile emergenza sanitaria è la certezza che nulla (o quasi) possa essere pronosticato. Ci troviamo quindi a navigare a vista verso una ‘nuova normalità’ senza sapere quale potrà essere. Ma assestarsi sugli eventi, si sa, non è mai stata garanzia di successo e come scriveva Abraham Lincoln “Il modo migliore per predire il futuro… è costruirlo”. Quindi la domanda che dobbiamo porci resta una: siamo pronti a farlo (davvero)?

Buona lettura. 

Maria Giulia Mazzoni

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